C’è un posto a Padova dove poter lasciare andare i pensieri, imparare a prendere consapevolezza del mondo e conoscere se stessi. Il tempio Orazen nasce proprio per portare la pratica del Buddismo Zen alla portata di tutti, sotto la guida del monaco Andrea Eko Maragno, che ci ha raccontato in maniera molto zen il suo approccio alla meditazione e di come sia possibile viverla nella quotidianità.


Il mio nome è Andrea Maragno, ma nello Zen sono Eko, quindi sono Andrea Eko Maragno. Fin da ragazzo ho avuto un interesse spontaneo per il buddismo, e ho sempre letto libri sull’argomento. Ero attratto in particolare dallo Zen perché richiamava un’estetica che mi piaceva molto e mi affascinava. In passato mi sono occupato di design, e la pratica mi affascinava per la creatività che richiedeva. Steve Jobs stesso praticava lo Zen e aveva il suo maestro Zen all’interno di Apple come guida spirituale per curare le linee estetiche di tutti i prodotti Apple. Come lui, Leonard Cohen e molte altre persone creative hanno scelto lo Zen per la sua estetica.
Parallelamente, coltivavo un certo interesse per i Koan, le storie paradossali dello Zen, e ho studiato alla scuola di filosofia orientale a Bologna per approfondire le mie conoscenze sulle filosofie orientali. Quando ho scoperto che in Italia esistevano due importanti monasteri Zen, ho deciso di recarmi al Sanboji, il monastero di montagna fondato da Tetsugen Serra, il mio maestro. Quando sono arrivato lì, ho capito subito che mi trovavo nel posto giusto. Inoltre, l’approccio del mio maestro, molto contemporaneo e all’avanguardia dal mio punto di vista, ha avuto un grande impatto su di me. Così il luogo, il maestro, gli insegnamenti e la pratica mi conquistarono.
Ho iniziato a praticare 11 anni fa, e nel 2019 ho preso i voti da monaco Zen. Già nel 2017 avevamo deciso di aprire il Tempio Buddhista Zen, che si chiama OraZen, di cui sono presidente e responsabile insieme a Koren, monaca insegnante di Dharma. Abbiamo aperto questo spazio affinché tutte le persone possano trovare un pizzico di felicità e uscire dalla sofferenza o dall’insofferenza, e mi impegno quotidianamente nella pratica dello Zen e nella sua diffusione. Il Tempio OraZen fa parte di un insieme di templi che fanno capo al monastero Il Cerchio, il primo monastero fondato dal nostro maestro Tetsugen Serra, che ha fondato anche questo a Padova.
Definire cosa sia lo Zen non è molto Zen, perché ha a che fare con l’esperienza e con l’essere; teorizzare la pratica sarebbe controproducente. Lo Zen è insito nell’azione quotidiana. Spesso all’ingresso di un monastero Zen c’è un pezzo di legno con scritto in caratteri giapponesi: “guarda sotto i tuoi piedi”, perché lì c’è già l’illuminazione della realtà. Lo scopo, anche se lo Zen non ne ha uno vero e proprio, è riscoprire chi realmente sei. Si dice che siamo tutti dei Buddha, degli esseri illuminati. Buddha infatti non è una divinità, è un aggettivo che vuol dire “persona risvegliata”. È qualcuno che 2500 anni fa ha capito come funziona la mente dell’essere umano, una sorta di psicologo che ha divulgato questa metodologia spirituale per risvegliarci e riaprire gli occhi. Quando facciamo meditazione, dico sempre che chiudiamo gli occhi per svegliarci, non per dormire.
Lo Zen ha molto a che fare con l’essere umano e la sua trasformazione, con il cambiamento e l’emancipazione della persona, mentre ha poco a che vedere con la religione. Non siamo legati a una divinità esterna, ma alla nostra emancipazione affinché venga donata e aiuti le altre persone a uscire da uno stato di sofferenza, anche psicologica. È la voglia di cambiare, la voglia di essere davvero chi sei; questo è lo Zen. Noi lo facciamo attraverso lo Zazen, la meditazione seduta, e con il Samu, la pratica legata alla meditazione, il lavoro consapevole.
Il Sutra del Cuore viene recitato alla fine di ogni meditazione e dice “la forma è vuoto, il vuoto è forma”, rimandando all’Enso, un cerchio che rimane sempre aperto e rappresenta l’universalità. Lo Zen ha molto a che fare con il vuoto, che si riferisce al silenzio e all’essenzialità, a differenza del nichilismo. Una delle varie pratiche è Zanshin, l’attenzione al gesto; quando si entra in una sala di meditazione, il gesto e la ritualità sono molto importanti perché sono una forma di meditazione, anche se da fuori può sembrare molto disciplinato. Il modo in cui si mangia durante i ritiri ufficiali, con tre ciotole, è legato alla consapevolezza; qui dentro si cammina in un certo modo, ci si siede in un certo modo, ci si sposta in un certo modo, e il gesto fa parte della meditazione che porta dentro l’ignoto e il vuoto, sebbene possa apparire in una forma molto rigida. Infatti, lo Zen ha molto a che fare con una certa formalità essendo di derivazione giapponese; non si tratta però di una rigidità mentale, perché lo Zen è molto creativo e libero.
Quando parliamo di Zen legato all’estetica, si tende a immaginare qualcosa che riporta tranquillità. Infatti, il minimalismo negli spazi annulla gli oggetti, ma esiste soprattutto per far emergere la persona e far venire fuori chi sei veramente all’interno di quell’ambiente, per uscire dalle convenzioni e dall’idea di individualità. In Occidente avviene il contrario: ci carichiamo di cose, oggetti, sovrastrutture, mentre, secondo questa pratica, in uno spazio vuoto puoi emergere tu. Persino i gesti sono finalizzati all’annullamento dell’ego.
Nella mia attività professionale Zen, ho fatto una mostra alla Galleria Civica a Cavour nel 2021, intitolata “Design in pratica”, volta a illustrare come il design possa essere una pratica consapevole e virtuosa, dove ho esposto il mio lavoro compiuto negli anni. In seguito, questo progetto è diventato anche un libro, edito da Flash Art, che ha preso il nome della mostra, “Design in pratica”, in cui ho intervistato vari designer, come Giorgio Toscani, il mio maestro Zen, e altre persone che svolgono una professione in maniera consapevole e virtuosa.
La mia famiglia vive questo spazio Zen in modo abbastanza naturale. In amicizia, invece, la cosa è più difficile; ci sono molte idee confuse su cosa sia lo Zen ed è difficile spiegare, soprattutto ad amici che mi conoscono da sempre e sono un po’ restii ad entrare in questo mondo. Nello Zen non c’è alcun tipo di restrizione o discriminazione. Prendendo i voti, chiaramente, non si devono abusare di sesso o droghe, ma si tratta di un comportamento etico e civile che qualsiasi persona educata seguirebbe. Nessuno ti dice di mangiare solo verdure o carne, semplicemente si cerca di non esagerare. Solo durante i ritiri intensivi non si mangia carne, ma nella vita di tutti i giorni è la tua pratica a guidare il tuo comportamento.
Vogliamo aprire una nuova struttura vicino al monastero di Sanboji, nelle colline dell’Appennino Tosco-Emiliano, uno “Zen Village” che funge da estensione laica per chiunque voglia recarsi lì, incluse aziende. Strumenti e luoghi di questa portata sono utilissimi perché permettono alla persona di riscoprire se stessa all’origine.
Banalmente, uno psicologo della Barilla, che faceva campagne per Mulino Bianco, prima di fare gli spot pubblicitari voleva capire come trasmettere la felicità, e io ho fatto vivere la felicità alle persone che dovevano lavorarci. Sembra strano che si faccia attraverso la meditazione, ma sono stati riscontrati effetti per cui meditare porta automaticamente dalle onde alfa, le onde del pensiero, alle onde beta, un altro tipo di onde cerebrali. Si tratta di cose scientificamente provate che permettono una connessione con chi sta meditando insieme a te e con l’ambiente. Porta a un altro livello di coscienza, dove avviene uno scambio, con una consapevolezza più profonda di te stesso e degli altri. Il buddismo è stato un precursore di cose che stiamo scoprendo solo ora a livello neuroscientifico; non basta sedersi in silenzio, ma è attraverso la pratica, col tempo e l’ascolto di queste storie, che fai emergere chi sei.
Non emergono per forza solo cose buone; se fai meditazione non sei necessariamente una persona in pace con il mondo, anzi, ti arrabbi e vivi la tua vita, ma impari a non essere preso dalle cose e a viverle in modo più profondo, sapendo da dove arrivano e come relazionarti con loro. Prima di entrare in un tempio, si lasciano fuori le scarpe, simbolicamente per lasciare fuori tutto ciò che appartiene alla vita quotidiana. Gli oggetti in un tempio sono metaforici; per meditare serve solo un cuscino su cui sedersi e nient’altro; il tempio è entrare dentro te stesso.
Meditare con costanza è molto complicato, spesso c’è un ricircolo continuo di persone che decidono di meditare, ma ormai a Padova c’è un gruppetto che pratica costantemente. Non è facilissimo stare seduti in silenzio con se stessi; molti si spaventano proprio perché non sono abituati, soprattutto in un mondo così complesso e veloce, dove siamo costantemente distratti da mille cose. Si dice sempre che la meditazione è come stare in una stazione: vedi i treni che passano, vagoni e vagoni di pensieri, ma bisogna cercare di non salirci sopra e non lasciarsi trasportare, è importante continuare ad osservarli mantenendo una certa distanza. Molti non riescono a distaccarsi dai propri pensieri; molte persone si identificano in tutto ciò che pensano e trovano difficile fare diversamente.
Se si decide di iniziare a meditare, può essere stimolante riscoprire la natura risvegliata di Buddha. Allo stesso tempo, però, lo Zen è Mushotoku, cioè senza spirito di ottenimento; con lo Zen non ottieni una capitalizzazione spirituale, semplicemente vivi l’esperienza dell’essere nel modo più profondo. Si entra gradualmente e con fatica te ne vai.
Domenica scorsa, nel roseto di Santa Giustina, abbiamo meditato con una cinquantina di persone. Adesso partiranno dei progetti col patrocinio e con l’aiuto dell’8×1000 faremo un progetto chiamato “Allenarsi all’incertezza”, dove inviteremo vari ospiti che poco hanno a che fare con il buddismo, tra cui Oliviero Toscani, che parlerà di come il fallimento sia una parte fondamentale, e Bebe Vio, che racconterà la sua esperienza. L’idea è far raccontare come sono ripartiti dopo momenti difficili della loro vita, per portare i loro esempi nella vita quotidiana. Lo Zen ha molto a che fare con la quotidianità, c’è molta azione nella vita di tutti i giorni.